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lunedì 30 marzo 2015

quel quasi niente che ho capito sulla corsa (e sullo sport)

moi (in total look Nike) +arcobaleno
poco stile, molta gioia
foto di elena cecchi
(e comunque quella gobba che spunta sui fianchi è un fazzoletto nel taschino, eh) 

ho capito che non sono elegante mentre corro, neanche se mi vesto come charlotte casiraghi in Chanel haute couture al ballo della rosa.

mi sono spiata nei vetri scuri delle vetrine di una bellissima domenica mattina, ho guardato e riguardato le immagini scattate dalla mia amica. sono una sciattona, spalle incassate dalla fatica, faccia paonazza, "falcata" pesante come una colata di cemento armato ripiena di patate d'alta montagna (strano, la sera prima della gara, ho mangiato solo un pallina di gelato vegano, dopo il riso ai porri. e il tofu saltato in padella. e qualche cece). e poi, non capisco, sto protesa in avanti, in cerca di un punto di equilibrio, lontano da me, almeno un metro. non so. mentre corro sono ancora più strana di quando penso. cosa vorrà dire?

mi hanno insegnato che si corre con le spalle aperte, i gomiti paralleli e la schiena dritta. mi hanno insegnato che i piedi cascano leggeri sull'asfalto. che sono in movimento continuo con il respiro. come fossero musica.
studierò, imparerò. ho maestri (di vita) molto speciali, io.

ho capito che correre è come una droga che appena ti conquista, ti divora e tutto comincia a ruotare intorno ai chilometri, secondi, ginocchia, traguardi, scarpe e, maledizione, è appena cominciata la mia avventura podistica e già mi si è rotto l'orologio. adesso?

ha capito che appena hai finito di correre e ancora non hai trovato la milza che hai perduto al dodicesimo chilometro, stai già pensando alla prossima corsa.

ho capito che non ho ancora capito come si fanno le ripetute.

ho capito che quelli bravi, prima di una gara, corrono già da un po', si riscaldano, mentre io chiacchiero al bar.

ha capito che trovare un'amica velocissima, che ti sprona, ti aiuta, ti conforta, ti consiglia, capace di fungere da ski lift, è come trovare un tesoro. per cui, grazie, mia nuova, preziosa, magggica, ispirante, magra e bionda naturale, amica gazzella.

ho capito che i vecchietti col cappellino da baseball che corrono sotto il sole e non mollano neppure quando piove sono l'ideale a cui tendere.

ho capito che potrei spendere più su nike.com che su netaporter.com. ho capito che adidas by Stella McCartney è il paradiso dei podisti modaioli. perché correre al parco con un paio di shorts tecnici traforati e a fiorellini è gioia pura.

ho capito che sono un lumacone uscito fuori dopo un temporale, ma non importa, diventerò un po' ghepardo, basta crederci e allenarsi. ho capito che la corsa è come il violino di ory. bisogna, provare, provare e riprovare. prima o poi, funzionerà come deve funzionare.

ho capito che quel giro di endorfine che dura tutto il giorno è un regalo a cui non ho più intenzione di rinunciare. e ho capito che non ci sono quasi limiti a ciò che possiamo fare.

ho capito che lo sport ha una grande valenza sociale ed educativa. che fa bene alla vita. se solo lo avessi intuito prima, sarebbe andata ancora meglio. ho fatto ginnastica artistica a livello agonistico, mia madre mi ha iscritto, nel corso della mia infanzia/adolescenza, a qualunque cosa, ma non ho mai approfondito, non ho mai realmente compreso la profondità di quei gesti, di quei salti, di quel sudore.

l'ho capito solo ora, da grande. quando sono nate le mie figlie e mi sono buttata a capofitto in qualunque sorta di movimento che mi appassionasse e ne ho fatto una routine meditativa quotidiana. gravity, yoga, golf, corsa. ogni giorno 1 o 2 ore, per disintossicarsi, per urlare senza doverlo fare, per spegnere i pensieri che fluttuano senza sosta, per ridere. 
se non avessi avuto lo sport, dopo la nascita di belfy, mi avrebbero già internato in un istituto psichiatrico su un eremo. in camicia (di Helmut Lang) di forza.

ho capito che la corsa mi ha incantata, anche se sono negata. ho capito che quando ci si innamora di uno sport si trova molto di più di un esercizio fisico. si trovano spazi sconosciuti. lo sport unisce persone diverse, che probabilmente nella vita quotidiana neppure si scambierebbero un sorriso. 

la corsa genera un'immediata empatia che trasforma sconosciuti in fratelli di sangue.

la corsa è magia, poesia, felicità, è infinito, è un mucchio di parole fulminee da raccontare agli amici. 

la corsa è condivisione. me l'hanno raccontato loro, le ragazze di running charlotte, che in fondo è come se mi avessero un po' adottato e, ancora una volta, grazie perché il karma vi renderà la gioia che avete regalato a me. visto che a voi devo questo nuovo grande amore, che già lo so, cambierà tutta la mia vita. 

la corsa fa ridere. la corsa è educazione e rispetto. la corsa è nostalgia. la corsa è disciplina e impegno. la corsa è anche un po' di follia, quel tipo di follia che rende ogni esistenza indimenticabile. la corsa è bellezza.

la corsa salverà il mondo. o, forse no. di sicuro, se tutti noi corressimo ogni mattina, il mondo sarebbe un posto sicuramente migliore in cui vivere. il mondo in cui vorrei vivere io.



lunedì 23 marzo 2015

il coraggio di essere fuori moda



Luisa e Tine, designer di TL-180

nella mia personale classifica intellettuale, il coraggio sta nella top 3. roba forte. ci sono la fantasia, il rispetto, l'onestà, la (quasi) sincerità, la libertà (a parimerito con il coraggio), l'educazione, la follia senza incoscienza, la curiosità, l'ironia (in vetta), il sorriso e le carezze per l'anima.

il coraggio mi ha sempre iptonizzato. perché è una delle caratteristiche più difficili da trovare negli esseri umani. spesso, troppo distratti, pigri, spaventati. ma il coraggio... che coraggio. 

a volte, il coraggio salta fuori quando meno te lo aspetti, può far parte geneticamente di te, può essere un esercizio quotidiano. il coraggio si allena, poi diventa una droga. come la corsa, come lo sport. 

Miuccia Prada è coraggiosa, John Galliano è coraggioso, Gianni Versace era molto coraggioso, Ysl, fragile ma coraggioso come un leone. 

nei momenti difficili, se c'è, il coraggio esce allo scoperto. nei momenti difficili, se hai coraggio, vinci.    

la crisi economica ha destabilizzato anche i grandi marchi. ha creato un nuovo spazio di mercato. non si tratta solo della mancanza di entrate che inibisce i consumi ma della necessità di comprare con consapevolezza. della ricerca di intelligenza nella bellezza. che poi in realtà sono caratteristiche complementari, sinonimi, anche se spesso sembrerebbe il contrario. 

un'amica, qualche anno fa, quando la decrescita era solo una leggera flessione, mi aveva detto: vedrai, è nei periodi di crisi, che la creatività troverà espressione

così è stato. se una consolazione deve esserci. questa è la mia preferita.

mai, come in questi anni, ho sentito il bisogno di cercare altro, al di là dei soliti brand di riferimento, mai come in questi anni, ho visto nascere, crescere, alcuni tra i più interessanti progetti di moda ideati da giovani amici. precisi, sperimentali, diversi, creativi. sempre, fuori moda. fuori trend. senza tempo. o, timeless come si legge sui giornali. belli.

come Blazé (http://www.blaze-milano.com), brand concentrato su un solo prodotto, ma che sia unico e indimenticabile: il blazer (di  cui ho già parlato qui http://lilistella.com/2015/03/21/all-i-need-is-a-blaze/)  e come TL-180.

TL-180, marchio di borse inventato da due migliori amiche, 50% italiane e 50% francesi. T come Tine Pedruzzi. L come Luisa Orsini. 180, come la loro altezza. Le loro borse, prodotte in spagna da piccoli artigiani, sono una diversa dall'altra. In poco tempo, sono diventate pezzi iconici. ancora una volta, diverse, indipendenti, fuori tendenza, internazionali. 
forse, un po' blasé. sicuramente coraggiose. http://tl-180.com

TL-180 primavera-estate 2015




venerdì 20 marzo 2015

una primavera con Patti Smith

Valentino, primavera-estate 2015

quello che mi piace degli anni Settanta sono soprattutto i volumi. le gonne lunghe fino alle caviglie, le balze, le bluse che scivolano. tutto un po' over, ma mai troppo. mi piace perché gli anni Settanta sono stati gli anni della libertà di pensiero, dei grandi sogni, del noi siamo quello che siamo, del checcefrega, del divertiamoci, del riflettiamo ma con ironia. e gli abiti raccontano quella sensazione, leggera, audace, confortevole. le linee Settanta sono comode. sono fatte per donne e uomini che ballano. io potessi ballerei ogni giorno. e i Settanta sono nel mio dna. sono nata nel 1977 e in ogni cellula del mio corpo c'è un cromosoma che inneggia alla libertà. sono una hippie travestita di blu. e di nero. e di righe. pur sempre, emotivamente gipsy.

questa primavera canteremo because the night ogni mattina. che Patti Smith sia l'ideale a cui tendere, che poi in realtà lo è da quando abbiamo 3 anni. questa primavera lo sarà ancora di più. stivali, frange, tracolla, zafferano, ocra, terra. bianco, nero, tangerine. riga in mezzo e bracciali multipli. patchwork, cotone traforato, sangallo. vi auguro, una scoppiettante primavera seventies. pensando a Patti Smith.



domenica 15 marzo 2015

pensieri (e parole) fuori tempo



non mi sono mai sentita rappresentata da un giornale. trovo me stessa con più facilità online, tra qualche blog/magazine e tra un paio di siti iconografici e decisamente street. però, la carta sono io. trovo me stessa nell'odore della colla delle buste per le lettere. mi manca instagram, ma non ho intenzione di riattivare il mio profilo.
è strano. sono strana. i miei amici sono strani. le mie figlie sono strane, mio marito è strano. mia mamma è lampoon.

io&i giornali. amo l'immagine pulita e contemporanea di Vogue Paris, non assomiglio a Carine Roitfeld, ma in fondo vorrei essere Emmanuel Alt e bruciare tutti i volumi a uovo di Giambattista Valli. non lo farò mai.

Elle, Marie Claire, Amica, belli ma non sono la mia moda. mi piace leggerli, ma non sono io.

mi sono divertita a leggere Vogue America. compro Vanity Fair per l'attualità. poi, cerco in rete. spesso, passo più tempo su siti poco creativi, ma di servizio come style.com, piuttosto che su chissà quali esplosioni di creatività in pixel.

forse, non ho personalità. giro e giro, mi perdo e mi ritrovo. sono un anima in pena. in cerca di un'idea di moda che non ho mai trovato. un modo di rappresentare questo incredibile paradigma della vita senza restare imbrigliati in servizi lontani anni luce o in rubriche che sembrano negozi di caramelle.

la desolazione dell'anima. forse sono davvero stonata, forse sono una di quelle persone che dovrebbero vivere senza elettricità, vestite come d'artagnan o lady oscar, strizzate in un chilo di jabot. fuori tempo e fuori luogo. comunque e sempre, fuori.

poi, è successo qualcosa. è arrivato qualcuno che mi ha fatto sentire a casa. che mi ha fatto percepire, editorialmente e forse anche spiritualmente, quel senso di appartenenza, senza neppure averla mai conosciuta. si chiama Carlo Mazzoni, ha 35 anni e non ci siamo mai incontrati. eppure, io gli devo molto.

gli devo un'emozione profonda, che forse qualcuno di voi, avrà già provato. quel sentimento esaltante che significa tu sei come me, non sono l'unica strana creatura fuori tempo. allora, avevo ragione, si può raccontare la moda al di fuori dai canali ufficiali di comunicazione. non sono sola nell'universo (o forse, gli alieni esistono?).

Carlo Mazzoni, per come lo conosco io, è stato il direttore de L'Officiel Italia, ora è il direttore di Lampoon, magazine semestrale che prende il nome dai giornali indipendenti, taglienti, ironici delle università americane dei miei sogni, tipo Harvard. è anche un romanziere, sceglie outfit creativi ed è probabilmente molte altre cose, ma io per l'appunto, non lo conosco. e forse non vorrò mai conoscerlo per conservare di lui un'idea quasi mistica.

Lampoon è arrivato questa mattina a casa mia, ho aperto il pacco, rompendo la carta, emozionata, l'ho letto tutto d'un fiato, esattamente come facevo quando arrivava a casa l'Officiel. ancora una volta, mi sono ritrovata in ogni pagina. questo è il modo con cui io vivo la moda. così vorrei sempre raccontarla.

la moda è una cosa seria, è una delle più importanti industrie italiane, è un'eccellenza che niente e nessuno fino a oggi è riuscito a portarci via. la moda ha qualcosa di incomprensibile, intoccabile, impercettibile, quella percentuale di incanto non replicabile che la rende unica, eppure, al tempo stesso, è terrena, come poche altre arti. vive di numeri e registra numeri. la moda è una cosa serissima. va trattata con rispetto, devozione, ma anche con ironia e passione. e non si dica che è una cosa per femmine.

la moda è arte e vita, è rischio e analisi, è letteratura, scultura, olio, pittura, poesia, parole, numeri, fisica, architettura, amore, percentuali, premonizioni, idee, logica e follia. la moda è ogni cosa. la moda è in ogni cosa. per me.

forse Carlo Mazzoni in un'altra vita era un mio amico. e a pagina 68 di questo numero di Lampoon ci sono anch'io, a raccontarvi una storia d'amore impossibile, quella tra un'hashtag e una preposizione subordinata. e sono felice.

giovedì 12 marzo 2015

io

little "belfy" in Oleg Cassini. scarpe, Prada
tutto cestinato

dopo qualche anno, quando la prima parla di qualunque argomento, dal colore del riso ai massimi sistemi su amicizia e amore, e la seconda, anche se parla poco, va a scuola/nuoto/danza/musica, capita che si ricominci a pensare.

è una strana sensazione. dopo anni in cui il cervello era fermo ad aspettare, perché tutte le energie del corpo e della mente erano focalizzate verso un solo obiettivo, sopravvivere, qualcosa ricomincia a muoversi, timidamente. 

se prima, non importa se non faccio mai nulla per me, non rispondo mai, non argomento, non leggo, non esco, non canto, non penso, ora sì, ora è diverso. c'è un giorno in cui tutto cambia. in cui, ops, mi sono sbagliata, anzi no, solo non ci avevo pensato

un giorno in cui avrete voglia di disfarvi di tutto il vostro armadio, di buttare, regalare. di lasciare solo quelle 4 cose, per fare ordine, per lasciare spazio a nuove creatività. a voi. 

ed è in questo strano, elettrico, limbo in cui io mi trovo adesso. sento pulsare sotto la pelle, il ricordo di me stessa, di quella me stessa che c'era prima che nascessero le mie figlie. e mi viene voglia di fare un sacco di cose, di scrivere, inventare, rischiare, correre, correre, correre, cambiare idea continuamente, perdermi in mille nuovi progetti, speciali perché naufragano qualche minuto dopo averli pensati.

ciao a tutti, questa sono io. ciao, sono io. io, io, io, io. io, magnifica parola mai più pronunciata. IO. sepolta sotto un chilo di pannolini, di notti, di pediatri, dubbi, acquaticità, grattuggiamele.

io. 
ancora, tu? 
già. 
dopo piccole, vibranti avvisaglie, sono tornata, la stessa di prima, un po' più ironica, leggera, sicuramente più capace di fare molte cose contemporaneamente. ma nulla è cambiato, in fondo. vorrei dirlo a voi, care mamme, che ancora siete sepolte vive. prima o poi, tornerete voi. 

ricomincerete a pensare, usando le stesse categorie del prima. entrerete di nuovo in libreria, rispondere quello che pensate, ascolterete molta musica, sognerete grandi cose, vi stravolgerete di sport e cambierete spiaggia, la prossima estate. 

sarete di nuovo, ciò che siete sempre state, ciò che avrete sempre immaginato di voler raccontare di voi ai vostri figli. e riderete molto. credetemi.



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